Dalle vetrate a tutto tondo che mi circondano getto uno sguardo fuori. C'è sempre qualcosa da osservare. Ultimamente osservo molto, parlo un po' meno. Questo può risultare uno sproposito alle orecchie di chi sente risuonare i miei blablabla perpetui ovunque e con chiunque io mi trovi. Ma non è una bugia. Chi mi conosce bene non ha mancato di notarlo, e forse ha anche tirato un sospiro di sollievo. Io non ne sono dispiaciuta. Neanche contenta. So solo bene che qualcosa è cambiato. Qualcosa che tracimava, sobbolliva, eccedeva in me. Avevo bisogno di arginare le esondazioni, rientrare nel corso del fiume. Una volta ricomposto il paesaggio, ho trovato una sorpresa: dove pensavo di trovare un pantano, ho scoperto che l'acqua aveva irrigato il terreno e che ciò che ne risultava non era poi così brutto. Anzi, forse era anche troppo bello per condividerlo. Allora, leziosa qual sono, mi sono procurata ferro battuto e cristalli e ne ho fatto una serra temperata. L'accesso è riservato ai due proprietari. Talvolta organizzo tour di mezza giornata su percorsi prestabiliti, per un massimo di una persona alla volta. E mi sono presa un architetto del paesaggio: rigorosamente donna. Con lei trascorro del tempo a estirpare erbacce, piantare bulbi e semenze, distillare succhi e riempire vasetti su vasetti di squisite salsine. In breve, un pezzo di me è cresciuto a puntino. Allora mi sono pastorizzata e mi sono messa sottovuoto. Il tappo ha fatto CLAK chiudendosi e lasciandomi sola nel silenzio ovattato e ialino. Finché sono qui, tutto assume una consistenza mobile ma non influisce sull'equilibrio del composto. Posso consumarmi preferibilmente entro un arco notevole di tempo, anni e anni di sigillato sapore.










